La presentazione del libro avverrà venerdì 10 novembre a Roma presso la sede della casa editrice con la presenza e l’intervento di Maurizio Nowak
di Michele Giampietro, Editore EDUP, Roma, Marzo 2023
Le vicende narrate in questo libro sono solo un’infinitesima parte di ciò che è realmente accaduto dopo il settembre 1939 a centinaia di migliaia di polacchi, civili, soldati, donne e bambini, per anni imprigionati, deportati, morti per freddo, fame, lavori forzati, poi morti in tante battaglie in Europa ed in Italia e, infine, nel dopo guerra, forzati a disperdersi nel mondo. La storia ufficiale, soprattutto in Italia, non è riuscita a raccontare tutte le loro tragedie collettive ed individuali, ma ha cercato di dimenticare più in fretta possibile il loro contributo alla liberazione dell’Italia per la necessità di non alienarsi, tra gli alleati contro il nazifascismo, i sovietici, nonché di buttarsi il passato burrascoso alle spalle, di girare pagina, di accettare il fatto compiuto dei rapporti di forza mondiali.
Trattandosi della biografia di Jan Tadeusz Sadlowski fortemente intrecciata con gli eventi bellici della 2^ Guerra Mondiale, non si è potuto fare a meno di narrare quelli “macro” che hanno influenzato la vita di tutti i polacchi e del protagonista, dalla doppia invasione della Polonia alla fuga dalla propria terra, fino alla campagna italiana, seguendo il più possibile le orme lasciate dalla 5^ Divisione Kresowa in cui Jan Tadeusz era inquadrato come Tenente, fino alla liberazione dal nazifascismo e alla smobilitazione del dopo guerra, con le dolorose scelte personali.
Parlare dei polacchi venuti in Italia a combattere “per la loro e la nostra libertà”, ed emblematicamente di Jan Tadeusz, è solo un parziale recupero di una piccola parte della nostra memoria storica. Non si può restare indifferenti davanti alle vicende di quei giovani e meno giovani che dalla loro terra, scampando ai nazisti e alle deportazioni sovietiche o uscendo vivi dalle stesse, accettarono di partecipare alla 2^ Guerra Mondiale nelle file del 2° Corpo d’Armata polacco del Generale Anders.
Quella guerra che scoppiò proprio con l’aggressione all’integrità e all’indipendenza della Polonia da parte della Germania nazista, vide la tragica inerzia iniziale di Francia e Gran Bretagna che, nonostante i patti con i polacchi, non intervennero a loro difesa contro i tedeschi, ed immediatamente dopo, contro i sovietici, loro alleati nel patto Ribbentrop-Molotov.
I polacchi che si riconoscevano nel loro Governo in esilio, nonostante quelle dolorose premesse e le rivelazioni nel 1943 sulla ferocia degli eccidi perpetrati a Katyn dai sovietici ai danni di migliaia di ufficiali polacchi, scesero in guerra al fianco degli alleati in tutta Europa e nel 1944, al comando del Generale Anders, vennero in Italia a combattere per noi, per la nostra liberazione, lasciando lungo la penisola molti cimiteri di loro caduti, come i sassolini di Pollicino a segnare il loro cammino lungo lo stivale, da Taranto a Bologna, con il sacrificio particolare sopportato per liberare l’inespugnabile Montecassino.
Al termine del conflitto quei soldati coraggiosi che hanno combattuto accanto ai vincitori, inglesi, americani e soldati di molte altre nazioni del mondo e contribuito a liberare l’Italia dal nazifascismo, hanno perso la loro guerra, cioè ottenere di poter tornare in una Polonia libera: gli accordi di Yalta sancirono la spartizione delle aree di influenza e il territorio polacco, mutilato della Galizia con la sua capitale Leopoli, finita nell’Ucraina sovietica, divenne praticamente uno stato satellite e vassallo della galassia sovietica fino al 1989.
Moltissimi dei polacchi combattenti in Italia e soprattutto quelli provenienti dalle sue province orientali, come Jan Tadeusz, cui fu rivolto l’invito di “tornare a casa”, si rifiutarono di rientrare in una Polonia non più democratica, e furono prima orientati e poi via via costretti dagli Inglesi, a loro volta pressati dai russi, a lasciare l’Italia e trovare un’altra destinazione, dalla stessa Gran Bretagna, al Nord e al Sud America, all’Australia. Era cominciata la loro diaspora nel mondo che toccò anche il Generale Anders, fino a quel momento osannato e decorato, che scelse la via di lasciare l’Italia per la Gran Bretagna pur di non essere considerato ostile alle decisioni prese per i polacchi che avevano combattuto, divenuti un “peso politico”.
Nel 1947 restarono in Italia solo due migliaia circa di ex soldati, in particolare quelli che avevano dato vita ad unioni con ragazze italiane nei paesi dove avevano combattuto o sostato e, tra loro, Jan Tadeusz, approdato a San Giorgio di Pesaro dove sposò una ragazza del paese, di buona famiglia.
Per tutti i polacchi si posero interrogativi cruciali: l’emigrazione o la vita nelle condizioni che l’Italia offriva loro, come quella di esuli apolidi, senza patria e senza diritti.
Jan Tadeusz e sua moglie optarono all’inizio per l’emigrazione in Argentina, dove molti ex combattenti si erano già trasferiti, ma, qualche anno dopo, per nostalgia e desiderio di ritrovare radici più familiari, ritornarono a San Giorgio di Pesaro accettando, lui e la sua famiglia, di pagare cara quell’anomalia giuridica di apolide, per restare fedele al Governo in esilio del suo paese.
L’Italia liberata non offrì molto a quei soldati divenuti all’improvviso ingombranti come Jan Tadeusz Sadlowski e gli altri, costringendoli a vivere praticamente nell’oblio e nella precarietà.
La storia di Jan Tadeusz Sadlowski è la metafora di una nazione e di un popolo che, nonostante le vessazioni, le morti e distruzioni di due dittature, gli esili e le emigrazioni, riescono a mantenere intatta la propria dignità. Jan Tadeusz si è mantenuto fino alla fine dei suoi giorni fedele ai suoi ideali ed ha accettato la sorte di chi, per quelli, è disposto a lottare, a soffrire e subirne le conseguenze, fino alla morte.
Tutti i militari polacchi, senza eccezioni, si dissociavano dalla parola “eroe”. Non c’è mai stato in loro un sentimento di vanagloria per il coraggio avuto e per le cose fatte. Anzi, hanno sempre pensato e detto che fosse loro dovere farle, nonostante i rischi.
Sarebbe doveroso almeno, quando si parla della liberazione dal nazifascismo, dare spazio al loro doppio sacrificio, di aver rischiato la vita in Italia e di non aver potuto tornare in patrie divenute totalitarie, riconoscere loro l’onore che meritano e ricordare che la nostra storia, senza quel contributo, sarebbe stata molto diversa, perché la libertà, ovunque, non è data per sempre: sono sempre in agguato le tendenze alla sopraffazione e all’arbitrio. I fatti di Ucraina stanno a dimostrarlo.
FONTI DOCUMENTALI
Questa biografia si basa sulla rilettura dei testi dei polacchi ex combattenti, in particolare quelli di Wladislaw Anders; poi Gustav Herling, le testimonianze di soldati polacchi come quelle di Adam Kurlowicz e i numerosi studi, tesi e ricerche sul 2° Corpo d’Armata polacco in Italia. Il libro di Hannah Arendt “Le origini del totalitarismo” é stato illuminante per le analogie tra gli eccidi, genocidi e palesi violazioni dei diritti umani operate da regimi dalle ideologie così differenti come quelli nazisti e sovietici. Per quanto riguarda questi ultimi, un testo decisivo per le vicende dei deportati civili e militari polacchi ed in particolare per l’eccidio di Katyn, “un caso emblematico di pulizia di classe”, è il libro del russo Victor Zaslavski, autorevole docente all’Università di Leningrado, poi, una volta espulso, in Canada, Usa ed infine in Italia. L’importanza del suo testo sta nel fatto che l’autore si basa su documenti sovietici ufficiali divenuti accessibili soltanto con la glasnost di Gorbacev e con Eltsin.
Altri contributi profondi ed equilibrati soprattutto per quanto il ruolo dei combattenti polacchi in Italia inquadrati nel 2° Corpo polacco fino alla sua dissoluzione sono quelli di Giuseppe Campana, di Luciano Garibaldi e su scala più locale quelli di Marco Ribechi e di Silvano Bracci , per la sua cronaca degli avvenimenti bellici occorsi durante la guerra nei paesi del pesarese, in cui era impegnato, con il suo gruppo di Artiglieria, Jan Tadeusz. Altrettanto importanti sono stati i racconti dei polacchi protagonisti delle battaglie, curati nelle pubblicazioni dell’Associazione delle Famiglie dei Combattenti Polacchi in Italia (AFCPI). Infine un ruolo decisivo lo hanno avuto i pochi appunti di Jan Tadeusz, rintracciati tra le sue carte dai figli e, per la ricostruzione della storia della famiglia Sadlowski, è stato importante il contributo del Prof. Jan Marek Matuszkiewicz, nipote di Jan Tadeusz, che ha fornito materiali inediti e foto d’epoca.




